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lunedì 20 giugno 2011

IL SENSO AMARO DELLE RELAZIONI


Amore e vendetta protagonisti di Senso, in scena al teatro Filodrammatici di Milano, per un interessante finale di stagione.

Un lucido ritratto psicologico femminile: la novella Senso di Camillo Boito (già tradotta in opera cinematografica da Luchino Visconti, e a cui si è liberamente ispirato lo spettacolo andato in scena al teatro Filodrammatici) ripercorre la relazione adulterina vissuta dalla contessa Livia Serpieri con l’ufficiale tedesco Remigio. L’epilogo tragico, determinato dalla vendetta dell’amante tradita, è motivo di riflessione quotidiana per la donna: quasi una tortura a cui si sottopone volontariamente per espiare, attraverso la lacerazione del ricordo, le colpe di cui si è macchiata sedici anni prima.

La novella disegna una protagonista ambiziosa e cinica nel manipolare gli uomini usando il potere della sua bellezza, ma colpevolmente ingenua nel credere alle promesse del soldato.
La riduzione teatrale, realizzata da Gianni Guardigli, opacizza la prismatica sfaccettatura della figura della contessa, uniformandola a un orizzonte psicologico orientato alla nevrosi di una donna che reitera ossessivamente il ritorno al proprio passato.
La trasposizione, in verità, è più che “liberamente ispirata” alla novella: infatti ne ripropone fedelmente la vicenda, con l’eccezione dello slittamento temporale dell’ambientazione (la relazione al centro della trama è ambientata nella Seconda Guerra Mondiale e non più durante le Guerre d’Indipendenza).

La regia di Francesco Branchetti fa emergere la caratteristica di monologo interiore insita nello «scartafaccio segreto della contessa Livia»: infatti ha posto un deciso accento sul percorso di introiezione, da parte della protagonista, di tematiche archetipiche come la passione, la gelosia, l’orgoglio, la vendetta. Mentre, però, la novella entrava nella psicologia femminile con acuta sensibilità, lo spettacolo compie un «viaggio nel mondo femminile» in cui pesa la mancata resa drammatica di alcuni momenti importanti nella vita della contessa Livia.

Spunti interessanti vengono offerti dagli aspetti tecnici: scenografia, luci e musica. Il palco, infatti, è disseminato di simboli (ci saremmo aspettati una interazione più stretta tra l’interprete e gli oggetti scenici): manichini che sembrano alludere agli uomini della contessa; il letto, metafora della passione che ha portato la protagonista alla rovina emotiva; lo scrittoio, luogo del ricordo e della scrittura delle memorie. Di sicura efficacia le luci e la musica: le sottolineature creano suggestioni misteriose di discesa in zone oscure della psiche femminile.
Le evidenti potenzialità di questo spettacolo potrebbero essere esplorate più a fondo anche sul piano interpretativo: Isabella Giannone, attrice che da lungo tempo lavora con Branchetti, offre alla contessa Livia solamente il registro drammatico dell’enfasi e dei passaggi emotivi troppo rapidi per risultare credibili.

Senso è un processo vissuto tutto all’interno di una donna che si fa imputata e accusatrice di se stessa. È lecito che una passione divampante si trasformi in vendetta crudele fino all’omicidio a causa del tradimento? Insieme a Livia riflettiamo sul senso di stabilire dei legami di fiducia e di rispetto; di questa affascinante e contraddittoria figura femminile ammiriamo incondizionatamente il coraggio di non avere paura di guardare negli occhi le proprie «bassezze» o di essere consapevole che «il mio spirito nell’umiliarsi si esalta».

visto al Teatro Filodrammatici il 13.VI.2011  
 
Leggi la recensione su Persinsala 
 
SENSO 

liberamente ispirato alla novella di Camillo Boito 

di Gianni Guardigli 

regia Francesco Branchetti 

con Isabella Giannone  

(durata 55 minuti)

lunedì 4 aprile 2011

IL "BEAT" DI GIULIO CASALE NON SI FERMA

«Smettere di pensare significa pensare veramente» (J.Kerouac): al teatro Filodrammatici ci si emoziona, ci si diverte e…The beat goes on!
Foto di Loris T.Zambelli - Photomovie
Il teatro chiede di tornare ad avere la dignità dei Classici, grida il bisogno di essere il luogo della “festa”, cioè del tempo “altro” da quello della quotidianità. Un tempo in cui la società civile (l’antica polis dei Greci) si riunisce in assemblea per riflettere sul presente. Il teatro chiede di essere spettacolo, ma non intrattenimento; di essere un mezzo per scuotere le coscienze.
Qualche anno fa c’era Giorgio Gaber: il suo teatro-canzone è, ancora oggi, un defibrillatore per i nostri cervelli. Oggi Giulio Casale si impadronisce della scena e con The beat goes on continua ad alimentare la voglia di cambiare le cose, a farci scoprire che dentro di noi c’è il bisogno di «essere», e non solamente di «fare», la rivoluzione.
Attraverso le parole dei «cani randagi del Beat» (come Casale stesso li definisce), attraverso le poesie di Kerouac, Ginsberg, Whitman, attraverso le parole dei nostri cantautori (da De André a Tenco) e dei grandi del rock (da Bob Dylan ai Beatles), Giulio Casale raccoglie e interpreta l’invito che Lawrence Ferlinghetti rivolse ai poeti nel suo Manifesto populista: scendere tra la gente, sporcarsi le mani con la realtà e aprire «le menti e gli occhi».
Su un palcoscenico che diventa agorà Casale riempie lo spazio e cattura l’attenzione con il suo carisma, con l’esperienza da “animale di palcoscenico” maturata come leader del gruppo musicale degli Estra, con la padronanza della gestualità di chi non si limita a cantare ma dà una prova d’interprete di grande comunicatività. La maturità scenica dell’artista si nota nella finezza della suggestione delle luci, nel dialogo perfettamente amalgamato con il musicista che lo accompagna (il perfetto Matteo Curallo), nell’efficace equilibrio tra reading e musica, nella modulazione dei toni che arriva fino al lirismo dell’ultima parte dedicata a chi non è riuscito a sopportare il peso della vita (da Hemingway a Tenco). Un'ottima intuizione anche far introdurre lo spettacolo da Dave Muldoon, che trasforma il Filodrammatici in un locale dall'atmosfera rarefatta.
In sala c’era spiritualmente anche lei, Nanda Pivano: vera musa ispiratrice che «è ancora qui e con la vita continua a giocare». A lei Casale aveva dedicato il precedente spettacolo, La canzone di Nanda: un affresco dell’America degli anni Cinquanta raccontato attraverso i diari e le canzoni della Pivano.
In The beat goes on torniamo ancora a quel fatidico momento storico, quando «nascono i giovani massificati; Nanda dice che ne nascono altri, e sono beat». Questo beat è il battito del cuore di ciascuno, è il simbolo del proprio personale percorso nella vita, è la forza di opporsi al pensiero indotto dal potere, alle costrizioni, alle imposizioni. Diventa un canto di speranza perché arrivi presto il giorno in cui «gente non farà più rima con niente». Forse oggi viviamo davvero un momento storico di vuoto: di valori, di speranza, di libertà. Possiamo, però, avere ancora uno sguardo di fiducia nel futuro: forse il nostro è un «vuoto che possiamo riempire», perché se siamo ancora vivi scopriremo nuove ragioni della nostra esistenza e di questa società.
Se nella sera del derby calcistico duecento persone hanno preferito stare in un teatro ad allenare la coscienza forse possiamo avere speranza. Il teatro, oltre a ogni limite di genere, si propaga come un’epidemia: vale la pena lasciarsi contagiare da Giulio Casale.
visto il 2.IV.2011 al Teatro Filodrammatici

Lo spettacolo continua:
Teatro Filodrammatici
via Filodrammatici, 1 - Milano
fino a sabato 9 aprile
THE BEAT GOES ON
di e con Giulio Casale
musiche eseguite dal vivo da Matteo Curallo
fonica Maurizio Cottone
luci Giammatteo Di Carlo
una produzione Paolo Guerra per Agidi