martedì 5 aprile 2011

LA DELICATEZZA DI MELANIA GIGLIO IN SPOONFACE

Gli occhi "diversi" dell'autismo: la bambina Spoonface Steinberg ci insegna a guardare la realtà e il Teatro Studio diventa, ancora una volta, il luogo in cui interrogarsi sull'oggi.
L'autore di questo testo ha una storia di consuetudine alla diversità dei suoi protagonisti: Lee Hall, infatti, è stato candidato al Premio Oscar per la sceneggiatura di Billy Elliot. Per questo spettacolo ha scelto di rappresentare l'autismo attraverso il monologo della bambina Spoonface, che ci racconta tutta la sua breve storia di malata condannata a morte troppo presto. 
Spoonface, letteralmente "faccia da cucchiaio" per il visino rotondo, ascolta la musica lirica, adora le signore dell'opera, che con la loro voce che trilla la aiutano a capire il senso delle cose. Spoonface non è nata così: il suo ritardo mentale è la conseguenza di una caduta dal seggiolone quella volta che i suoi genitori hanno litigato per la scappatella del padre con una sua allieva dell'università.
Spoonface ricorda tutto quello che è successo dopo quella caduta, capisce tutto quello che le succedeva intorno, non ha paura di fronte a quello che le sta succedendo dentro. Il cancro la porterà via, ma lei affronta con coraggio il suo destino.
Accompagnati dalla musica lirica di sottofondo, ci affacciamo sul ciglio di questa mente delicata, sottile e fragile, acuta e cieca: siamo immersi in uno spazio completamente bianco, senza appigli, senza riferimenti. Una mente senza ostacoli. Melania Giglio è un'interprete commovente, che, con sorprendente verosimiglianza, presta la sua voce delicatamente infantile e la sua coscienza a un personaggio che impone a tutti (anche a chi osserva) di spogliarsi delle proprie sovrastrutture. La sua potenza scardina ogni meccanismo di difesa messo in atto dall'adulto: si ride (perché i bambini, nella loro tagliente innocenza, sanno sorprendere), ma soprattutto si piange. Non è un pianto suggerito dalla suggestione musicale, né dalla retorica del testo: è un pianto liberatorio di fronte al sollievo di emozionarsi liberamente, senza censure, senza difese.
Accade realmente che dai cosiddetti "diversi" impariamo molto su noi stessi: Franco Basaglia (psichiatra che ispirò la legge 180) diceva che da vicino nessuno è normale, e ancora una volta ci troviamo a mettere in discussione il concetto di normalità. E' più normale una bambina che legge la realtà con semplicità, ma cogliendo la profondità del significato di ciò che la circonda, oppure un padre che si fa l'amante giovane, o una madre che soffoca l'umiliazione nella vodka? 
Spoonface è una bambina speciale e non "ritardata": vede la poesia in cose che noi adulti non possiamo più notare. Questa volta il teatro ci chiede di lasciarci andare e ritrovare lo sguardo puro e curioso dei bambini: scopriamo allora che i momenti di tristezza sono più belli, perché riempiono di più dei momenti di felicità, e che dio ha fatto le cose tristi per fare più umani noi.
Soprattutto scopriamo che la cosa più importante del vivere è trovare la scintilla, quel luccichio che illumina tutta la vita e che noi adulti non vediamo perché siamo distratti dall'affanno di un quotidiano che ci impone la fretta in ogni circostanza.
Lo spettacolo ha avuto la fondamentale ispirazione di Giovanni Bollea, padre della neuropsichiatria infantile in Italia: una vita dedicata ai bambini disabili, dedicata a dare loro dignità, ma soprattutto amore.
Il disabile è quel diverso che serve per il nostro equilibrio mentale. Spoonface Steinberg incarna la filosofia di Bollea e fa da specchio alle nostre ombre interiori.
visto al Piccolo Teatro Studio il 3.IV.2011

SPOONFACE STEINBERG
di Lee Hall
regia e scene Marco Carniti
con Melania Giglio
musiche originali David Barittoni
consulenza musicale Adamo Lorenzetti
produzione Fahrenheit 451 Teatro

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