mercoledì 27 ottobre 2010

LA LOCANDIERA

LA LOCANDIERA
di Goldoni
regia di Pietro Carriglio
con Galatea Ranzi
Produzione Teatro Stabile di Palermo e Teatro Stabil di Catania

Al quindicesimo spettacolo è arrivato il pollice verso. Belli i costumi, per il resto non si ricorda nulla se non la noia lunga tre ore (tanta è la durata dello spettacolo). L'inizio stenta a decollare, quando subito appaiono in scena un Marchese di Forlipopoli (Nello Mascia) petulante e un Conte d'Albafiorita (Sergio Basile) caratterizzato come un Pulcinella dall'accento napoletano. In corso d'opera la situazione non migliora, anzi: il ritmo rimane lentissimo per tutto lo spettacolo, non un cambio di velocità, di intensità, non un crescendo che culmini con l'apice nelle scene principali. Le interpretazioni: sempre uguali a se stesse, non una variazione evolutiva nei personaggi. 
La scena appare spoglia, ma ci stiamo facendo l'abitudine: i registi nascondono dietro la giustificazione artistica del dare risalto alla Parola il fatto che quest'anno non ci sono i mezzi economici per realizzare delle scenografie all'altezza delle produzioni più blasonate. Quindi tutti sembrano essere approdati a una nuova fase espressiva: l'assenza di scenografia (sulla cui novità non è il caso di soffermarsi). 
Al posto del sipario un tulle che separa la scena lungo tutta la durata dello spettacolo. Se non si alza nemmeno alla fine, quando si scoprono le intenzioni e gli scopi dei personaggi, allora non simboleggiava la "verità velata". Viene quindi da domandarsi cosa significasse quel tulle.
Il problema è che proprio la regia è sembrata la grande assente in uno spettacolo, come questo, in cui dovrebbe essere fondamentale.
Dai cambi di scena che, se possibile, rallentavano un ritmo già da sbadiglio, alle intromissioni di altreculture (cosa ci faceva un senegalese suonatore di bonghi in una commedia rigorosamente ambientata nel Settecento?), la mano del regista non ha disegnato nulla. 
Purtroppo abbiamo percepito la stessa lacuna anche nell'impostazione dei personaggi: superficiale e stereotipata. Nemmeno Mirandolina è esclusa da questa caratterizzazione convenzionale. 
Sono convinta che per dare un senso alla messinscena di un classico bisogna rendere la verità interiore dei personaggi. E per arrivare alla verità bisogna scavare nei singoli personaggi e nei rapporti che si stabiliscono tra essi. Solo in questo modo è possibile scoprire la modernità di un autore come Goldoni, che era fine osservatore della società e che ha ritratto uomini e donne come ce ne sono ancora oggi, con gli stessi vizi, gli stessi sentimenti, le stesse dinamiche reciproche. Non sono idee mie, ma di Bosetti. 
Mancando questo lavoro di analisi manca il senso della modernità. 
Galatea Ranzi è un'attrice bravissima, ma qui la sua maniera e la sua bella vocalità appaiono finte. 
Uno spettacolo inutile, che è la peggior critica che si possa fare: non aggiunge niente ai precedenti 300 anni di rappresentazioni, non dà niente agli spettatori, nessuna interpretazione, nessuno spunto attuale.
Eppure ho letto critiche positive sui maggiori quotidiani nazionali. Mi viene da pensare che forse "non sta bene" parlare male del direttore di uno Stabile...
Si ha l'ennesima dimostrazione di come la forza di certi testi classici sia infallibile: qui si apprezzano alcune scene comiche, la costruzione del personaggio di Mirandolina, i rapporti tra alcune coppie di personaggi che rivelano una comicità intrinseca nella scrittura (Mirandolina-Fabrizio, Fabrizio-Cavaliere di Ripafratta, Marchese di Forlipopoli-Conte d'Albafiorita). Questo, però, è merito di Goldoni e della sua scrittura. A ben vedere gli unici meriti di questo spettacolo sono quelli del nostro autore che 300 anni fa ha scritto un capolavoro ancora oggi insuperabile.
Salviamo solo il Cavaliere di Ripafratta (Luca Lazzareschi): ironico, sottile, l'unico ad accennare ad un cambio di ritmo.

visto al Piccolo Teatro Strehler il 26.X.2010

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