giovedì 20 gennaio 2011

PASOLINI, OVVERO: UN PRECURSORE DEI TEMPI

'NA SPECIE DE CADAVERE LUNGHISSIMO
un'idea di Fabrizio Gifuni
da Pier Paolo Pasolini e Giorgio Somalvico
con Fabrizio Gifuni
regia di Giuseppe Bertolucci

Il binomio Gifuni-Bertolucci si conferma scuotitore di coscienze. Dopo L'ingegner Gadda va alla guerra, Gifuni sceglie un altro intellettuale moderno, lucido conoscitore del contemporaneo, precursore dei tempi: Pier Paolo Pasolini. Traendo materiale da diversi suoi scritti (Scritti corsari, Lettere luterane, La nuova forma della meglio gioventù, San Paolo - appunti per un direttore di produzione) Gifuni costruisce una drammaturgia che arriva al pubblico in maniera diretta, come un'accorata conversazione tra amici. Magari in un bar, come evoca la scelta scenografica di sistemare sulla scena dei tavolini a cui è seduto il pubblico, e tra cui l'attore si sposta esponendo il pensiero di questo intellettuale che è riuscito a fotografare il proprio presente in maniera così profonda e penetrante da gettare uno sguardo sul futuro, da vero precursore. Uno sguardo che è valido ancora oggi, se noi riconosciamo la nostra stessa contemporaneità nella tagliente critica nei confronti della degradazione culturale della società di massa, nella strumentalizzazione dei fatti di cronaca (sentire pronunciare la parola delitto non può che farci pensare ad Avetrana e alla totale abdicazione del giornalismo ad essere veicolo di informazione, che - ogni tanto bisogna dirlo ad alta voce per non dimenticarselo - rimane un diritto di ogni libero cittadino). E quali prospettive ci apre sul presente che siamo costretti a vivere e giudicare: l'analisi del nuovo potere che si configura come totalitario nel momento in cui si mostra in grado di cambiare la coscienza delle persone, omologandone l'orizzonte culturale ormai appiattito dal consumismo. Più che un discorso strettamente politico, Pasolini ne fa un discorso più ampiamente sociale: da un lato i principi del "possedere e distruggere" dei conservatori, dall'altro i dettami "produrre e consumare" imposti dalla società dei consumi - che è, appunto, dittatoriale.
Manipolazione dell'informazione, della televisione utilizzata come strumento di potere, non più come veicolo di messaggi, bensì come elaboratore di messaggi: tristemente pressanti, questi argomenti colpiscono come uno schiaffo gli spettatori, che si sentono chiamati in causa a non rimanere immobili, passivi, vittime. Gifuni ormai si identifica con la proposta di un tipo di teatro intelligente, colto ma non elitario, di cui il nostro teatro e la nosta società hanno bisogno (e che invece costituiscono una rarità).
Un cambiamento di tono si ha quando l'intellettuale Pasolini (e come tale relegato a una condizione di isolamento) decide di spogliarsi del vecchio potere per abbracciare la modernità, il progresso, e vestire i panni del padre, di cui i figli pagano le colpe. 
L'attivismo per contrastare la degenerazione della generazione dei figli, ridotti ad essere stereotipi e criminali, è l'unica alternativa alla morte dell'intelletto. Una prospettiva a cui sono condannati tanto la generazione dei padri quanto Pasolini stesso.
Questa prima parte sfocia nel poemetto in romanesco di Giorgio Somalvico, recitato con istrionico trasformismo e intensità dal meritatissimo vincitore del Premio Ubu 2010. Forse, se ci è consentito trovare una discordanza in uno spettacolo così denso di significato, quest'ultima parte finisce per sfuggire allo spettatore, che non segue i (troppo) veloci spostamenti di voci dei personaggi.
"Il potere - scriveva Pasolini - ha deciso che siamo tutti uguali". Per fortuna abbiamo la possibilità di contrastarlo con Gifuni.

visto al Teatro Franco Parenti il 19.I.2011

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